Cari amici, voglio ricordare con questa bella testimonianza una grande donna che ho conosciuto e ci ha aiutato a fondare l’Unitre di Druento, perchè tempo addietro ha avuto l’idea di far nascere questa Associazione.
Grazie Mimma da tutti noi.
Maria Luisa Pagliero
Viene scritto il profilo da sua figlia.
“Mia mamma Irma Maria Re e la sua idea rivoluzionaria: l’anziano è una risorsa. Così nacque l’Università della Terza Età”
Daniela Re racconta la madre Mimma e il suo progetto avviato nel 1975: «Chiacchierava con ogni iscritto. Voleva conoscerne le motivazioni, gli interessi, dava i consigli giusti. Era empatica per carattere»
Cinquant’anni fa, nel 1975, nasceva a Torino l’Università della Terza Età. A fondarla Irma Maria Re, per tutti Mimma. Ma chi era? E come è riuscita realizzare un progetto che all’epoca sembrava una follia e oggi conta 345 sedi con oltre 80 mila associati? «Mia madre era una signora minuta, elegante, che amava vestire di rosso, il suo colore – racconta la figlia Daniela, ex insegnante, che ha ereditato la stessa passione per il sociale (è impegnata nella Scuola dei Genitori, Fondazione Solidale di Settimo, e nelle attività educative dell’ASAI di Torino, in via Genè) —. Una donna di grande cultura, attratta soprattutto da quella francese».
Da brava torinese…
«In realtà era nata a Montecassino da genitori umbri — il suo cognome da nubile era Momicchioli — ma è vissuta dall’età di 4 anni a Torino, dove suo padre, mio nonno, capotreno, era stato trasferito. Anche se le biografie le attribuiscono come padre lo zio colonnello, forse sembrava più autorevole… Nel 1946 sposa mio padre, Piero Re, proprietario di una fabbrica di rubinetteria e inizia a lavorare con lui. Ma subito comincia ad occuparsi della “Difesa del bambino” di Strada Valpiana, la via dove abitavamo. E da allora ha continuato a stare dalla parte dei più fragili».
Come è cominciato il suo impegno per gli altri? «Dalla sua formazione cattolica, l’impegno diocesano con don Lino Baracco, poi negli anni 70 il doposcuola per i figli degli immigrati, che arrivavano a Torino per lavorare in fabbrica. E sapeva coinvolgere tutti, portava dolci, torte…».
L’idea dell’Università come nasce? «Negli anni Settanta, durante un viaggio di lavoro in Francia con mio padre, quando conosce Pierre Vellas, docente dell’Università di Scienze Sociali, che nel 1973 aveva fondato a Tolosa l’Université du troisième age. L’idea piace, a lei e a mio papà. Nasce allora quel progetto rivoluzionario, che ruota attorno a un’idea altrettanto rivoluzionaria: l’anziano è una risorsa».
Un progetto a cui ha dedicato tutta la vita. «Sì una lunga vita: mia mamma, classe 1923, è morta a 94 anni nel 2018. E ha fatto nascere un’Università per tutti, anche e soprattutto per gli anziani, dando vita alla prima rete dell’Unitre nazionale oggi diventata Università delle Tre Età. Il Piemonte, dove tutto è cominciato con il Gruppo Giovani Pensionati Anziani di Madonna del Pilone, è la regione più importante della rete nazionale, 95 sezioni e 35 mila soci. Mia madre è stata la presidente nazionale dal 1994 al 2014, poi Presidente Onoraria ed Emerita. E ha continuato a portarne avanti gli obiettivi: rispondere alla voglia di crescita culturale delle persone di tutte le tre età e in particolare degli anziani, al bisogno di ritrovarsi e di socializzare, di invecchiare bene e vivere meglio grazie a nuovi stimoli intellettuali».
Com’era la Mimma Re “mamma”?
«Una grande motivatrice, per me e mio fratello. Ricordo che ero piccola, avrò avuto 4 o 5 anni, mi piaceva disegnare, e lei mi ha immediatamente incoraggiata e “organizzata”: ti compro i colori, vuoi fare un corso? E mi faceva disegnare dove volevo, anche sulle finestre. Mi ha portata prestissimo a visitare i musei, l’Egizio per primo, e ai concerti. Aveva la passione per la lirica e me l’ha trasmessa, e siamo sempre andate insieme al Regio all’opera».
Una donna severa?
«Rigorosa, direi. Non era una donna convenzionale, ma aveva delle regole, la buona educazione, mai usare parole volgari. L’ho capita meglio quando ha cominciato l’Unitre, il suo impegno e la sua forza, insospettabili in una persona all’apparenza fragile. Prima, quando ero un’adolescente, un po’ l’ho patita, così bella, elegante, spiritosa, piena di amici… Comunque, lei ha sempre dichiarato “io sono stata educata dai miei figli”, il nostro punto di vista, anche i contrasti, la stimolavano».
Una volta disse «devo chiedere scusa miei figli perché li ho trascurati»: era così?
«No, ha sempre cercato di esserci, di seguirci, di supportarci. Certo, a settembre, quando c’erano le iscrizioni per l’Università spariva e la vedevamo pochissimo. Perché lei voleva esserci e chi voleva iscriversi diceva che senza di lei non era la stessa cosa. Perché per lei non era una semplice pratica burocratica, lei chiacchierava con ogni potenziale iscritto, voleva conoscerne le motivazioni, gli interessi, dava i consigli giusti. Era empatica per carattere».
Ma rimaneva una signora della Torino bene..
«Mio padre la provocava, chiamava la sua “solidarietà in pelliccia” e quando all’inizio tornava dalle riunioni le chiedeva “quante sciocchezze vi siete dette oggi?” L’ha richiamata alla concretezza, insomma: il bene non serve se manca la concretezza e l’ha spinta ad affrontare la realtà. Il doposcuola è nato così e anche il suo impegno per le battaglie civiche di Madonna del Pilone: nel 1978 è stata eletta nel consiglio del Quartiere 21. Ha continuato a essere elegante e a vestire di rosso, non ci avrebbe mai rinunciato, e insieme a impegnarsi nel sociale: riusciva benissimo a tenere unite queste due anime che a tutti sarebbero sembrate inconciliabili».
Nel 1996 la Camera di Commercio le ha assegnato il titolo di Torinese dell’Anno, il 2 giugno 2015 è stata nominata Cavaliere della Repubblica, come ha vissuto questi riconoscimenti?
«Quando ha saputo del cavalierato la sua prima reazione è stata “io non ci vado”. Mia madre detestava i titoli accademici, i riconoscimenti ufficiali, citava sempre la Francia, il Paese che amava, dove anche il presidente della repubblica era monsieur. Ma in fondo era fiera naturalmente che fosse riconosciuto il suo lavoro, l’impegno di tutta la vita. A 90 anni ancora lavorava. C’è una foto che la ritrae mentre scrive, gliel’aveva scattata il suo collaboratore Simone Tosto, oggi consigliere comunale del PD. Ogni volta che ci passava davanti, quando ormai non poteva più seguire attivamente l’Università, piangeva. Era arrabbiata con il destino che non le consentiva più di fare quello che amava. Lei che aveva introdotto il primo corso in Italia di ginnastica per anziani, di lingue, biodanza, yoga, il Laboratorio degli Inquieti di psicologia…».
Un momento in cui è venuta fuori tutta la sua energia positiva?
«Tanti, tutti, non si arrendeva mai. Io e Simone Tosto abbiamo immaginato come avrebbe reagito al covid. Avrebbe indossato una mascherina rossa e continuato a girare per le sedi commentando “non è mica il caso di deprimersi, inventeranno qualcosa”. Lei era così, sempre positiva, non avrebbe potuto fare quello che ha fatto».
Chissà come avrebbe vissuto i 50 anni della sua Università.

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